Una rodigina nel Grand Slam 2019 del Galles

Silvia Malachin è una giovane rodigina appassionata di rugby, tanto da scriverci la propria tesi di laurea. Una tesi con una conclusione inaspettata, che Silvia ha raccontato a Mondovale.

Alun Wyn Jones, capitano del Galles vincitore del Grand Slam 2019 in un selfie con Silvia Malachin

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In qualche modo il rugby è sempre stato parte di me. Mi ricordo che, durante i giri che facevo alla domenica in piazza a Rovigo con la mia famiglia, passavamo spesso sotto i portici davanti al negozio Robe di Kappa e papà puntava sempre il dito verso la gigantografia di un giocatore biondo, con i capelli ricci, vestito con la maglia della nazionale e mi diceva: “Sai chi è lui ? Mirco Bergamasco, giocatore della nazionale italiana di rugby”. Gli anni sono passati finché, nell’estate del 2013, papà mi disse che Mirco sarebbe venuto a giocare a Rovigo. Io lo guardai incredula e pensai “ Mirco, giocatore della nazionale, è a Rovigo ? Mi piacerebbe un sacco vederlo”. E così, dopo aver insistito tantissimo, papà mi portò a vedere il car washing che era stato organizzato quell’anno al distributore Dall’Aglio. Facevo le superiori e la prima volta che vidi i giocatori mi sembravano dei giganti. Mi ricordo che, in quella stagione, papà non mi accompagnò mai a vedere la partita (ma guardai su rai sport la finale giocata contro Calvisano) e dovetti aspettare la stagione successiva per andare a vederne una. Era gennaio 2015 quando, dopo aver insistito come non mai, io e papà ci avventurammo in una freddissima giornata ad andare allo stadio: Rovigo giocava contro le Fiamme Oro. Fu durante quella partita che papà mi raccontò che in gioventù anche lui aveva giocato a Rugby a Badia, poi però dovette abbandonare perché si faceva spesso male e, siccome lavorava già, il nonno non concepiva che papà stesse a casa perché la domenica si era spallato … purtroppo erano altri tempi. Durante la mia prima partita mi colpì tantissimo che, alla fine, i giocatori vennero alla staccionata a dare la mano ai tifosi e fu proprio lì che vidi per la prima volta Luke Mahoney. Da allora il rugby mi ha sempre dato tantissimo, a livello emotivo e non solo.

La mia passione crebbe di anno in anno, assistetti a diverse partite, per non parlare del 28 maggio 2016, quella giornata piena di caldo, afa che mi regalò qualcosa di indescrivibile. Nel frattempo iniziai anche l’università a Padova (con tutti i posti, proprio Padova ?!?), andai spesso in mensa con la felpa del Rovigo, giusto per far capire da che parte stavo e non nego che, spesso, chi lavorava lì dentro scambiava con me più di qualche battuta sul campionato in atto. Nel frattempo iniziai anche una collaborazione con Polesine rugby traducendo articoli in inglese: in questo modo univo ciò che stavo studiando a una delle mie passioni. Durante il secondo anno universitario, frequentai il corso di Geografia culturale. Mi ricordo benissimo che, la professoressa Rossetto, durante la presentazione del corso parlò di un ramo della geografia che si dedicava allo sport e, in particolare allo skateboard. E lì pensai “e se facessi la tesi parlando del rugby?”.

All’inizio del terzo anno andai subito a parlare con lei di questa mia idea, che fu approvata immediatamente. A settembre 2018, una volta finiti tutti gli esami, andai a ricevimento e mi disse “Perché non analizza il ruolo del rugby in Galles? Di recente ci sono stata e ho visto che a Cardiff è stato costruito uno stadio …”. Presi subito la palla al balzo ed iniziai a cercare tutte le informazioni di cui avevo bisogno per scrivere la tesi. Più la scrivevo e più mi rendevo conto di quanto la realtà di cui stavo parlando fosse molto simile a quella che, in parte, vivevo anche io come tifosa a Rovigo. Ad esempio, Cardiff come il nostro capoluogo di provincia, divenne ben presto luogo dove il rugby era il tema principale delle discussioni che si facevano nei pub, nei parchi e di cui si scriveva nei quotidiani. Un’altra somiglianza con Rovigo riguarda sicuramente il fatto che, i giocatori erano tutti gallesi, come il gruppo fondatore che proveniva nella maggior parte da San Bortolo, un quartere della nostra città. Fino agli anni 70 in Galles, i giocatori erano pagati con appartamenti, vestiti e spesso gli veniva garantito un lavoro proprio come funzionava da noi. Ma soprattutto i gallesi giocavano piú per orgoglio e per rappresentare la città che per lo “stipendio” che prendevano, e addirittura i datori di lavoro lasciavano ai giocatori il giorno libero senza problemi, coscienti del fatto che il profilo del giocatore era molto importante. Per non parlare dei tifosi di entrambe le squadre: sicuramente li accomuna il fatto che sono sempre presenti ovunque la squadra vada. I supporters gallesi si preparavano di anno in anno per poter seguire la squadra durante il torneo del 5 Nazioni (dal 2000 diventato 6 Nazioni con l’ingresso dell’Italia) un po’ come fanno attualmente i tifosi rodigini e come hanno fatto nel 1988 quando un treno li ha portati fino a Roma per la finale del campionato.

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Una cosa che mi colpí molto fu la scoperta di quanto il rugby avesse contribuito a creare un’identità nazionale in Galles. Sin dalla metà del diciannovesimo secolo, grazie alla migrazione di molti inglesi nel sud del Galles , il rugby inizió ad essere conosciuto e praticato. Nel 1905 la nazionale gallese fu la prima delle 4 squadre del Regno Unito che riuscí a sconfiggere la Nuova Zelanda degli All Blacks. Questa vittoria rese grande il Galles (non solo in Europa) e contribuí a creare un sentimento nazionalista (a livello culturale e non politico) che con gli anni aumentó sempre di piú. Si crearono infatti nuovi simboli che furono presto adottati anche dalla WRU (Welsh Rugby Union) come le tre piume del principe di Galles, la capra ed i narcisi e venne istituito l’inno “Hen Wlad Fy Nhadau” (The old land of our fathers) da cantare in occasione delle partite internazionali. Col tempo i giocatori iniziarono a sentire cosa si provava a giocare per la propria Nazione tanto che molti rinunciarono ad andare a giocare in altre squadre per restare nel team che meglio li rappresentava. In occasione del torneo del 5 Nazioni l’intera regione era bloccata poichè chiunque, anche chi normalmente non seguiva sport, si interessava al rugby e alle partite della nazionale. In poco tempo si consolidó il sentimento di sentirsi gallesi, ossia la Welshness, che andava ad intensificarsi anche grazie al rugby.

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Il 12 dicembre 2018 mi laureai in Mediazione linguistica e culturale con la tesi incentrata sul ruolo del rugby in Galles: come lo sport era diventato simbolo di identità nazionale e come aveva contribuito allo sviluppo urbano di Cardiff. Iniziò il nuovo anno, febbraio arrivò in fretta e, per il rugby, febbraio significa 6 Nazioni. Visto che quest’anno l’Italia avrebbe giocato a Roma contro il Galles, mi venne l’idea di proporre ad Alex (Olivieri, della redazione di www.polesinerugby.com) di scrivere un articolo dove parlare delle somiglianze che c’erano fra questo sport in Galles e a Rovigo. L’articolo venne letto da molte persone ed io ne fui mooolto felice.

Il 2 marzo, mentre eravamo a Barberino del Mugello a fare pausa pranzo in attesa di vedere la partita Medicei-Rovigo, Sauro, un tifoso, si avvicinò e mi chiese informazioni sulla tesi che avevo scritto. Dopo avergli spiegato tutto mi chiese: “Ma perché non metti a conoscenza la federazione gallese (WRU) della tesi che hai fatto? Sarebbe l’occasione giusta per chiudere il percorso dopo la laurea!”. Così, un po’ per scherzo e un po’ per curiosità, decisi di scrivere alla WRU e il giorno dopo mi risposero dicendomi che sarebbero stati contenti di esporre la mia tesi nel loro archivio. Al che mi venne in mente che avrei potuto portar loro la tesi di persona visto che l’ultima partita del 6 Nazioni sarebbe stata giocata al Principality Stadium a Cardiff. Dopo varie mail, Peter mi disse che avrei potuto partecipare all’allenamento che la squadra avrebbe fatto il venerdì alle 11. Mossa dalla felicità acquistai subito i biglietti e giovedì scorso mi recai a Cardiff. Venerdì, quando mi trovai davanti allo stadio, rimasi letteralmente a bocca aperta.

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È una struttura grandissima, super moderna e visibile da ogni punto della città. Dopo essere entrata ed aver ammirato tutta la bellezza di questa struttura, mi venne in contro Julie, una collega di Peter, che mi accolse regalandomi una foto autografata da tutta la squadra gallese e due spille, ed io le consegnai la tesi. Mi sedetti il più possibile vicino al campo e quando vidi la squadra entrare, mi sentii davvero fortunata. Ho avuto la possibilità di vedere come si allenavano, quanto duri fossero gli scontri in campo ed è stato davvero fantastico. Alla fine tutti i giocatori sono venuti dalle persone lì presenti (saremmo stati una ventina) e a tutti hanno concesso foto e autografi. Sono orgogliosa che il Galles abbia vinto il 6 Nazioni perché la squadra era pronta, tranquilla e sicura di quello che sabato avrebbe potuto dare in campo. Devo dire che, per me, è stato davvero un sogno che si è realizzato. Mai avrei pensato di poter vedere da vicino Josh Navidi, Dan Biggar, Alun Win Jones e tutto il resto della squadra. Devo assolutamente ringraziare la professoressa Tania Rossetto, la mia famiglia, Sauro, Polesine rugby e la Welsh Rugby Union che mi ha dato questa possibilità e ringrazio anche voi di MondOvale per l’ospitalità

Joshua Navidi, terza linea ala del Galles in un selfie insieme con Silvia dopo il captain’s run della squadra gallese

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La foto della nazionale gallese autografata che Silvia ha ricevuto in cambio della sua tesi depositata presso l’archivio della federazione gallese

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